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| "La persistenza della memoria" - Salvador Dalì |
Siamo in
tanti a tenere sott'occhio il nostro orologio sociale o la rottura degli schemi
tradizionali ci ha spinto ad accantonare questo concetto?
Il concetto
di orologio sociale è stato formulato a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 da
Bernice Neugarten per interpretare lo sviluppo sociale degli individui,
partendo dalla constatazione che ogni cultura presenta specifiche e differenti
aspettative sui traguardi che, in ogni diversa fase della vita, i suoi componenti
si
prefiggono di raggiungere. Tali traguardi o aspettative sono così tanto
desiderate e incentivate a livello sociale che la singola persona le
interiorizza e le rende proprie, trasformandole in desideri e aspirazioni personali.
Fare bilanci e confronti tra coetanei è un atteggiamento comune a qualunque
età, così come lo è porsi domande del tipo “ Come sto procedendo? Ho 20-30-40-50…
anni e….”. Nella nostra società il tempo di questo particolare orologio è
scandito dal percorso scolastico per quanto riguarda l’infanzia e l’adolescenza,
mentre nell’età adulta costituiscono un parametro la carriera lavorativa e la
formazione di una famiglia. Dunque il concetto di orologio sociale ci aiuta a
capire se i traguardi che scegliamo di raggiungere scaturiscono da desideri
autentici (e per questo potremmo ritenerci soddisfatti di ciò che siamo) o dal
desiderio di incarnare un modello di adulto socialmente integrato.
Ma alla luce
dei nuovi stili di vita che possiamo osservare nel panorama sociale, riteniamo
ancora importante seguire questo parametro o è stato accantonato, in quanto
troppo stretto e riduttivo? Personalmente credo che la grande opportunità di
oggi sia quella di potersi costruire il proprio orologio sociale, coniugando tradizione
e modernità, per non sentirci imprigionati tra vecchi schemi, ma potendo
comunque contare su un percorso ipotetico per non sentirci disorientati.

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