lunedì 24 novembre 2014

Conoscete la Baby Blues?

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Gli esperti ne parlano poco, forse per non spaventare le persone interessate, e anche le donne che l’hanno provata difficilmente sono propense a condividere tale esperienza, a meno che non si sentano a loro agio e in un contesto particolarmente sensibile e propositivo: stiamo parlando della Baby blues, un disturbo che si manifesta nelle donne durante il puerperio, riconosciuto come tale nei manuali diagnostici (tra cui il DSM), abbastanza frequente, ma fortunatamente di carattere transitorio, poiché causata dalle repentine e considerevoli variazioni ormonali che si susseguono alcuni giorni dopo il parto, per poi scomparire definitivamente nel giro di poche settimane. La Baby blues riguarda più della
metà delle puerpere ed è conosciuta anche come “melanconia dei quattro giorni” poiché, nella maggioranza dei casi, insorge quattro giorni dopo il parto, anche se può manifestarsi anche qualche giorno dopo (in particolare con il rientro a casa). Il termine baby blues fu coniato dallo psicoanalista londinese John Bowlby, che associò, con una similitudine molto poetica, la malinconia che si prova quando si ascolta la musica blues con la malinconia che provano le neo mamme. Anche se conosciuto fin dal secolo scorso, la baby blues ha attratto l’interesse degli studiosi solo da una ventina di anni a oggi; i sintomi sono facilmente riconoscibili, in quanto comunemente riscontrati in molti casi: parliamo di sbalzi di umore o umore labile con facile tendenza al pianto, tristezza, mancanza di concentrazione e sensazione di perdita. Le cause sono da ricondurre a più fattori: sbalzi ormonali, stress psico-fisico legato al travaglio e al parto, complicazioni fisiche del post partum, ansia legata all’aumento di responsabilità ecc…
Come detto precedentemente, tale sintomatologia non deve creare allarmismi, in quanto ritenuta nella norma, tuttavia, come qualunque momento di vita sgradevole o poco sereno, è consigliato osservare l’andamento dei sintomi, per evitare che essi si cronicizzino e, se trascurati, possano aggravarsi o compromettere significativamente la quotidianità dalla donna. Un suggerimento che frequentemente gli psicologi danno è quello di comunicare e condividere col partner, la madre, un’amica o chi si preferisce i propri stati d’animo, ciò che si pensa, scenari che si immaginano possano succedere; questo suggerimento è utile prima di tutto poiché avere delle persone care con cui parlare allontana la paura della solitudine, secondo, ma non meno importante, parlare di un problema comporta a elaborare rimedi e soluzioni al problema stesso. Viceversa, il suggerimento che viene rivolto ai componenti della famiglia consiste nel fornire aiuto concreto e pratico nel quotidiano, ma soprattutto appoggio e comprensione durante le crisi emotive, disponibilità all’ascolto senza giudizi, rendersi utili chiedendo di cosa si ha bisogno piuttosto del perché si piange o ci si senta tristi. Come afferma Bowlby, la tristezza è una reazione “sana” e “normale” di fronte a qualunque evento improvviso o imprevisto, che suscita un forte senso di perdita (o della previsione di essa): una persona triste sa cosa o chi ha perso e vorrebbe riaverlo; sempre Bowlby ci dice che in caso di perdita l’organizzazione del comportamento diminuisce, per cui ci si sente spaventati e persi; tale disorganizzazione, anche se destabilizzante e temuta, può dimostrarsi adattiva: tale periodo, infatti, si può considerare di passaggio dallo smantellamento delle vecchie modalità comportamentali (non più funzionali) alla costruzione modalità nuove, adattive per la realtà che cambia. E questo vale per le donne per superare la baby blues così come per superare tanti altri momenti di passaggio e crisi della vita di uomini e donne.


Riferimento Bibliografico: Bowlby, J., Tristezza, depressione e disturbi depressivi in attaccamento e perdita; Boringhieri, Torino (1980)

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