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L’altro
giorno mi è capitato di ascoltare la storia di un a giovane donna profondamente
rattristata e delusa dal fatto che molte delle sue amiche l’avevano lasciata
sola in uno dei momenti più brutti e difficili della sua vita (la perdita del
suo secondo figlio). Questa ragazza non riusciva a darsi una risposta esaustiva
e convincente sul motivo per il quale le sue amiche fossero sparite, non
facendosi più sentire, e l’avessero lasciata completamente sola durante un
periodo della sua vita così difficile e terribile da affrontare soprattutto perché
non aveva più i genitori e da figlia unica non aveva parenti che potessero
esserle di conforto e aiuto.
Questa storia
mi ha colpito profondamente e mi ha ricordato le numerose volte in cui
ascoltando racconti delle persone spesso sentiamo dire che sono state
inspiegabilmente abbandonate da parenti e amici, proprio nei momenti in cui,
invece, avremmo voluto e desiderato una parola di conforto o la semplice
vicinanza di chi ci vuole bene.
Come spesso
sottolineato, anche questo comportamento non conosce età o estrazione sociale,
lo sentiamo dire da semplici conoscenti, colleghi, per arrivare ai VIP. Ma perché
l’individuo “sparisce” di fronte
alle difficoltà della vita dei propri cari?
alle difficoltà della vita dei propri cari?
Gestire gli
eventi negativi non è facile, soprattutto quando siamo colti di sorpresa
avvertiamo un profondo senso di smarrimento, di perdita di equilibri e di
controllo spesso conquistati con impegno e fatica perciò un amico o un
familiare che è colpito da una malattia, un lutto, un licenziamento o altro, ci
mette in discussione facendoci fermare a riflettere sul fatto che ciò che è
successo a lui potrebbe succedere anche a noi; questo ci fa paura. A tal proposito, già Aristotele, nella sua
Poetica, affermava che si prova “pietà” per una persona che è colpita da
sventura in modo immeritato, ma la pietà si trasforma in “terrore” se questa
persona ha molti punti di somiglianza con noi. Il fatto che potrebbe succedere
anche a noi, fa scattare nella nostra mente una serie di pensieri negativi,
ipotesi, teorie, conseguenze che, a volte, cerchiamo di allontanare
discostandoci da ciò che ha creato tutto questo. <<Non so cosa
dire>>, <<Non so come posso aiutarti>>, <<Sinceramente
ha già tanta gente intorno, sarei di troppo>>, sono considerazioni che
facciamo, non sempre fondate su una conoscenza oggettiva dei fatti, ma come
escamotage per liberarci da situazioni a noi sgradevoli.
Quando un
nostro familiare o amico è colpito da disgrazia, cerchiamo di stargli vicino:
non pensiamo a cosa sia giusto o sbagliato, dire o fare, non pensiamo di dover
risolvere il suo problema, di dover eliminare la sua rabbia o la sua tristezza;
stiamogli semplicemente vicino, chiediamo a lei o lui in che modo possiamo
essere utili, accettando la possibilità che sia gradita o no la nostra presenza
(che non vuol dire che non ci voglia più vedere) e, se le circostanze lo
consentono, provate a condividere le vostre emozioni, dite come vi sentireste
voi o come vi state sentendo, è probabile che questo possa essere di aiuto per
entrambi.
Condividere periodi
difficili della vita con chi per noi è importante può essere un esempio per
imparare a risollevarsi dopo le cadute, imparare a ricominciare a vivere “nonostante
tutto”; non per mezzo soluzioni pronte o raccomandazioni, ma attraverso la
condivisione quotidiana del vivere insieme.
(Bibliografia:
Aristotele, Poetica, p.58)

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